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Quaranta minuti senza segnale nel silenzio

Quattro astronauti oltre la faccia nascosta della Luna. E noi qui, con le guerre e le bombe. Perché ha ancora senso guardare. Un pezzo da Creta.
Artemis II e il diritto di guardare oltre
Quattro astronauti oltre la faccia nascosta della Luna. E noi qui, con le guerre e le bombe. Perché ha ancora senso guardare. Un pezzo da Creta.

Artemis II, la Luna, e il diritto di guardare oltre quando il mondo brucia

Ho letto la notizia ieri mattina mentre aspettavo che il caffè salisse.

Fuori, il mare di Almyros era fermo, era molto presto. E io stavo lì, con il telefono in mano, a leggere che quattro persone erano volate oltre la faccia nascosta della Luna — a 400.000 chilometri dalla Terra — e che per quaranta minuti non avevano potuto comunicare con nessuno. Radio inutilizzabile. Terra invisibile. Silenzio cosmico.

Ho messo giù il caffè.

Lo so cosa stanno dicendo in questi giorni. Che mentre quattro persone volano verso la Luna, altre persone muoiono sotto le bombe — in Libano, in Iran, a Gaza, in Ucraina, in tanti altri luoghi dimenticati, in posti che fatichiamo persino a nominare tutti. E che i miliardi spesi per Artemis avrebbero potuto fare altro, che occuparsi di questo adesso è una forma di distrazione, forse di complicità.

Non liquido questa critica. La trovo seria.

Però mi fermo un momento prima di darle ragione in automatico, perché c’è qualcosa che non mi convince nel ragionamento.

Il mondo oggi ha ancora circa 12.500 testate nucleari attive (SIPRI, 2024). Gli scienziati hanno calcolato che ne basterebbero cinquanta — cinquanta — per scatenare un inverno nucleare capace di compromettere le condizioni di vita sull’intero pianeta (Robock et al., 2007, Journal of Geophysical Research; Toon et al., 2019, Science Advances). Cinquanta, su 12.500. Il resto è ridondanza. È potere di annientamento in attesa di un errore, di una decisione sbagliata, di qualcuno che ha il dito sul bottone e una brutta giornata.

Questo è lo scenario reale. Non è fantascienza.

E allora mi chiedo: una specie che ha costruito questo, che ha accumulato questa capacità di distruzione e non riesce ancora a rinunciarci — cosa ci guadagna a smettere di guardare oltre? A rinchiudersi nell’emergenza come se l’orizzonte fosse una distrazione anziché una necessità?

Non sto dicendo che Artemis risolva le guerre, non lo fa. Non dico che i soldi siano stati spesi nel modo migliore possibile — non lo so, e chiunque dica di saperlo con certezza mente.

Dico solo che le civiltà che hanno smesso di esplorare — per paura, per esaurimento, per concentrarsi solo su ciò che bruciava — non hanno necessariamente risolto ciò che bruciava. Spesso hanno perso entrambe le cose.

E c’è un’altra cosa, più piccola, più personale.

In questo momento storico, quattro esseri umani — in carne, con nomi e famiglie e probabilmente paure — hanno scelto di salire su una capsula e andare oltre la faccia nascosta della Luna. Non per fuga. Per sapere. Per capire meglio dove siamo, da dove veniamo, se e come potremmo continuare.

Questo mi sembra ancora umano nel senso più pieno del termine.

Forse è tutto ciò che posso dire.


Si chiama Orion, la capsula.

Cinquantotto anni. In mezzo, la mia generazione intera.

L’equipaggio: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch, Jeremy Hansen. Quattro nomi, quattro persone dentro un guscio di metallo che viaggia nello spazio a velocità che non riesco nemmeno a visualizzare. La missione si chiama Artemis II. È la prima volta, dopo Apollo 8 nel 1968, che esseri umani si avvicinano alla Luna abbastanza da sorvolarne la superficie.

Non ho mai avuto aspirazioni da astronauta. Ma so cosa significa perdere il segnale in un momento importante. Lo so in senso letterale — in barca mi è capitato, in alcune aree remote al largo, quando la VHF fa quello che vuole. 

E lo so in senso più largo, quello che non si spiega facilmente senza sembrare che si stia facendo una lezione. Quindi non lo faccio.

Dico solo che quella mattina, leggendo dei quaranta minuti di blackout, ho pensato a quante volte nella vita il segnale sparisce davvero. E non per scelta. Non per disciplina spirituale. Semplicemente perché le cose vanno così, e non c’è Houston a cui rivolgersi.


La tuta che indossano si chiama OCSS — Orion Crew Survival System. Può mantenere in vita un astronauta fino a sei giorni: ossigeno, acqua, la possibilità di alimentarsi attraverso un’apposita apertura nel casco.

Una tuta che ti tiene viva per sei giorni.

Penso a quante cose abbiamo imparato a portarci addosso per fare lo stesso. Non sempre ci riusciamo, e non sempre le abbiamo scelte noi.


C’è un dettaglio tecnico che mi ha fermata più degli altri. Il rover Perseverance, che si trova dal lato opposto del Sole rispetto alla Terra, monitora le regioni attive della nostra stella invisibili ai telescopi terrestri, pronto a segnalare eventi rischiosi per la salute degli astronauti con giorni di anticipo.

Un robot su Marte che guarda il Sole da un’angolazione che noi non possiamo avere, per proteggere quattro persone che volano nell’oscurità.

Trovo questa cosa – non so come dirlo – commovente. Nel senso tecnico del termine: mi muove qualcosa. L’idea che la protezione possa arrivare da dove non ci aspettiamo, da un punto cieco, da qualcosa che avevamo mandato lontano anni prima senza sapere che sarebbe servito anche a questo.


Il rientro è la parte che gli ingegneri chiamano “la più estrema della storia del volo umano”. E avverrà stanotte.

La capsula entra a contatto con gli strati più alti dell’atmosfera alla velocità di oltre 11 km al secondo, eseguendo un “rientro a balzi”: penetra brevemente, risale, dissipa energia, poi rientra a velocità più ridotta. Lo scudo termico deve proteggere l’equipaggio da temperature di oltre 3.000 Kelvin — circa il triplo della temperatura della lava. Gli astronauti vedranno i colori del plasma passare dal bianco all’arancione carico, fino al rosso più intenso. Poi l’orizzonte terrestre, il blu dell’atmosfera sempre più definito, i paracadute, l’ammaraggio nel Pacifico.

Dieci giorni. 400.000 chilometri. E poi l’acqua sotto.

Non ho una morale da offrire.

Ho solo questa cosa che è rimasta con me da ieri mattina: che il viaggio più lontano che l’umanità abbia mai fatto torna, alla fine, verso un oceano. E che il rientro non è lineare — è fatto di rimbalzi calcolati, di resistenza usata bene, di uno scudo che brucia per proteggere ciò che sta dentro.

Forse lo sappiamo già, in qualche modo. Forse lo dimentichiamo con una certa regolarità.

Io almeno sì.

Fonti

     

      • NASA Artemis II Mission Overview (2026), nasa.gov

      • Consulenza tecnica ing. Giuliano Ranuzzi, Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026

      • SIPRI Yearbook 2024, Stockholm International Peace Research Institute

      • Robock, A., Oman, L., & Stenchikov, G. L. (2007). Nuclear winter revisited with a modern climate model and current nuclear arsenals. Journal of Geophysical Research: Atmospheres, 112(D13). https://doi.org/10.1029/2006JD008235

      • Toon, O. B., et al. (2019). Rapidly expanding nuclear arsenals in Pakistan and India portend regional and global catastrophe. Science Advances, 5(10), eaay5478. https://doi.org/10.1126/sciadv.aay5478

      • Mitchell, E. (1974). The Way of the Explorer. Putnam.

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