C’è una domanda che mi metteva a disagio ogni volta.
Non nei corsi, non negli ambienti professionali, nelle cene. In quelle conversazioni veloci dove non c’è spazio per spiegare, solo per etichettare.
“Cosa fai, esattamente?”
Rispondevo. Usavo le parole giuste, spesso in inglese perchè si conoscono così (learning designer, life designer, coach, insegnante di meditazione, facilitatrice…). L’altro annuiva. Poi si cambiava discorso.
Quella sera, tornando a casa, ho capito che avevo risposto alla domanda sbagliata.
“Cosa fai” è una domanda logistica. Quella che stavo evitando era un’altra: chi accompagno davvero, verso cosa, con cosa? E quella richiede una risposta diversa, che nomini il viaggio, non solo la mappa.
Per anni ho descritto quello che sono: le certificazioni, i metodi, i titoli. Tutto vero. Ma quando lo dicevo sentivo che mancava qualcosa. La parte che non sta in nessun attestato.
Ho impiegato anni a trovare una risposta che non mi facesse sentire in trappola. Non è una bio. Non è un cosiddetto elevator pitch. È qualcosa di più simile a una rotta: so da dove vengo, so dove accompagno, so come si chiama il territorio che attraversiamo insieme.
Quando ho iniziato a pensarci in questi termini, qualcosa si è spostato. Non parlo del modo in cui comunico, intendo nel modo in cui mi muovo dentro il mio lavoro. La chiarezza verso l’esterno, scopro, è il riflesso di una chiarezza interiore.
Non cercavo la frase giusta. Cercavo di capire cosa volevo davvero nominare.
Il problema non era la comunicazione, era che mi ero formata per accompagnare processi profondi e nessuno mi aveva insegnato a nominarli in modo che avesse senso per chi non li aveva ancora vissuti.
Così descrivevo ciò che sono invece di ciò che accade nel mio lavoro. E ciò che accade è raramente traducibile in tre parole.
Il momento in cui ho smesso di rispondere a “cosa fai” e ho iniziato a rispondere a “cosa diventa possibile per chi lavora con te” è stato il cambio reale. Nella direzione.
Lo vedo spesso anche in chi accompagno. Professioniste capaci con anni di pratica e risultati reali, che si bloccano su quella domanda come se contenesse una trappola. E in un certo senso ce l’ha! Rispondere con il metodo o il titolo è sempre più semplice che nominare ciò che succede davvero quando sei lì con qualcuno, durante l’esperienza.
Non è un problema di coraggio, è che non ci viene mai chiesto di costruire quella risposta. Ci viene chiesto di certificarci, specializzarci, posizionarci. Ma nominare il territorio che attraversiamo insieme con chi ci sceglie… quello lo lasciamo intuire. E l’intuizione non basta, quando qualcuno ti incontra per la prima volta in una cena e ha venti secondi per decidere se vuole saperne di più.
Non è la bio perfetta che manca. È la chiarezza su cosa vuoi davvero nominare.
Questo è il punto di partenza de La Bussola del Professionista Olistico, la guida gratuita che ho costruito per chi lavora nella relazione d’aiuto e sente che il marketing standard non gli appartiene.
La prima rotta si chiama Posizionamento Sincero. Non ti chiede di trovare una nicchia o di costruire un funnel. Ti chiede di fermarti su quella domanda: “cosa fai esattamente”. E di non rispondere con il titolo.
Di rispondere con ciò che accade davvero.
→ La guida è gratuita. La trovi qui: La Bussola del Professionista Olistico

Domande frequenti
Perché è difficile spiegare il proprio lavoro come coach o professionista olistico?
Perché la formazione nel campo olistico prepara ad accompagnare processi profondi, ma non insegna a nominarli per chi non li ha ancora vissuti. Il risultato è che si descrive ciò che si è (il metodo, il titolo) invece di ciò che accade nel lavoro.
Cos’è il posizionamento sincero per un professionista olistico?
È la capacità di nominare ciò che diventa possibile per chi lavora con te — non solo le tecniche o le certificazioni. Richiede chiarezza su chi si accompagna, verso cosa, e come si chiama il territorio che si attraversa insieme.
Come smettere di usare il titolo professionale come posizionamento?
Spostando la risposta da “cosa fai” a “cosa diventa possibile per chi lavora con te.” È un lavoro che richiede di fermarsi su ciò che accade davvero nelle sessioni, non su ciò che si è studiato per farlo.