Home lavorare è viaggiare Posso essere credibile se la mia vita non è perfetta?

Posso essere credibile se la mia vita non è perfetta?

Anche chi accompagna gli altri attraversa le proprie domande. La credibilità non nasce dalla perfezione — nasce da uno sguardo onesto sulla propria vita.
Sara Meditazione Almyros Crete
Anche chi accompagna gli altri attraversa le proprie domande. La credibilità non nasce dalla perfezione — nasce da uno sguardo onesto sulla propria vita.

La tensione che molte non dicono

Me lo sono chiesta più di una volta. Non sempre ad alta voce, e non sempre al momento giusto — a volte mentre ero in mezzo a qualcosa di difficile, a volte dopo, quando avevo già attraversato qualcosa che non avevo scelto di attraversare.

La domanda è questa: posso accompagnare qualcuno nel suo percorso se il mio non è lineare? Se ho dubbi, se attraverso stagioni complicate, se non ho risolto tutto?

La risposta breve è sì. Ma vale la pena capire perché — e cosa cambia nel modo in cui lavoriamo e comunichiamo quando lo accettiamo davvero.

Conosco questa sensazione nel modo più concreto: quel momento prima di una sessione, quando stai attraversando qualcosa di difficile nella tua vita, e ti chiedi se hai il diritto di stare dall’altra parte. O quando incontri un’altra professionista che sembra sempre più centrata, sempre più coerente, e senti quella domanda riaffiorare — silenziosamente, ma con peso.

Per un po’ ho pensato che questa tensione fosse un difetto del mestiere. Come se esistesse una soglia da raggiungere prima di poter stare davvero accanto agli altri. Una forma di coerenza che si misura in traguardi, in certezze acquisite, in una vita che — vista dall’esterno — sembra funzionare.

Il guaritore ferito: una constatazione, non un ideale

Il mondo della crescita personale questa immagine la conosce bene. Il professionista che ha già trovato la strada. Che parla di trasformazione perché la trasformazione è già avvenuta, completa, documentata. Che mostra il percorso perché ne è uscito dall’altra parte.

È un’immagine potente. Ed è anche, quasi sempre, una costruzione.

Carl Jung ha descritto qualcosa di molto diverso, e molto più onesto. L’archetipo del guaritore ferito non è romantico — è una constatazione: chi accompagna gli altri spesso lo fa proprio perché ha abitato certe domande nella propria vita. Non perché ne sia uscito per sempre, ma perché ha imparato a starci senza dissolversi.

La credibilità non nasce dalla perfezione. Nasce dalla capacità di restare in relazione onesta con la propria vita mentre si accompagna quella degli altri.

Autenticità non significa confessare tutto

Questo non significa portare il proprio carico dentro ogni conversazione. Non significa confessare, condividere, rendere pubblica la propria vita privata. Significa qualcosa di più sottile: non costruire un personaggio.

Perché quando una comunicazione diventa troppo perfetta, qualcosa si perde. Le biografie linearizzate, i percorsi sempre coerenti, le trasformazioni sempre complete — hanno una forma bella, ma non hanno il peso della realtà. E le persone lo sentono.

Nel tempo ho iniziato a guardare questa tensione in modo diverso. Non come qualcosa da nascondere, ma come parte naturale del lavoro con gli esseri umani. Negli anni passati ad accompagnare professioniste della relazione d’aiuto, ho visto questa domanda emergere con una frequenza e una precisione che non lascia dubbi: è una delle tensioni più diffuse, e meno dette, del settore.

La domanda che cambia forma

Non è più:
la mia vita è abbastanza a posto per poter accompagnare qualcuno?

È:
sto guardando la mia vita con abbastanza sincerità da poter stare accanto agli altri nel loro percorso?

Il lavoro nella relazione d’aiuto non è una posizione da raggiungere. È una forma di navigazione — e chi accompagna gli altri continua a navigare anche lui, con le sue acque, con i suoi venti, con le sue rotte che a volte cambiano.

Non è una mancanza. È esattamente quello che rende questo lavoro reale — e chi lo svolge, degno di fiducia.

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